Manoscritti ebraici

La più antica acquisizione di manoscritti ebraici della Bodleian risale al 1601, e nel primo catalogo della biblioteca (1605) si contano 58 libri con titoli in alfabeto ebraico. Si tratta per la maggior parte di manoscritti provenienti da Venezia, dove l’arte della stampa in ebraico era in pieno sviluppo. Il fondatore della Biblioteca, Thomas Bodley, mostrò un interesse personale per questi manoscritti. Alla fine del catalogo aggiunse le sue correzioni in latino ad alcuni errori di stampa presenti nel testo ebraico. Dopo la morte di Bodley, la Biblioteca continuò ad arricchire le proprie collezioni ebraiche. Nel XIX secolo si registrò un numero particolarmente esteso di acquisizioni, fra cui è soprattutto degna di nota l’acquisizione della Biblioteca Oppenheimer, nel 1829. Questa collezione, di proprietà del Rabbino Capo di Praga David ben Abraham Oppenheimer, è ritenuta la più importante e straordinaria collezione di testi ebraici mai raccolta. Contiene infatti centinaia di manoscritti unici in ebraico, yiddish e aramaico.

L’acquisizione di manoscritti ebraici più recente e di maggior rilievo a livello internazionale è stata quella dei frammenti dalla Genizah del Cairo, avviata nel 1890. Una genizah è comunemente una stanza annessa ad una sinagoga e adibita alla conservazione dei testi divenuti inutilizzabili. Nel caso specifico, la genizah si trovava nel sottotetto della sinagoga di Ezra, nella zona vecchia del Cairo. Vi erano conservati più di 200.000 frammenti in ebraico, giudeo-arabo e Yiddish, che oggi sono disseminati fra più di 25 biblioteche pubbliche e private in tutto il mondo. Con i suoi oltre 150.000 frammenti, Cambridge ne possiede la maggior parte, mentre 25.000 si trovano a New York, 10.000 a Manchester, e la British Library e la Bodleian ne conservano 5.000 ciascuna.

Pur non essendo una delle più estese, la collezione di manoscritti ebraici della Biblioteca Vaticana è una delle più importanti al mondo. Tutti i manoscritti – ad eccezione di una dozzina – furono compilati fra il Medioevo e il Rinascimento, dal IX al XVI secolo. Fra gli esempi si annoverano un manoscritto che rappresenta probabilmente il più antico codice ebraico esistente, contenente una copia del Sifra compilata verso la fine del IX secolo o nella prima metà del X secolo; una copia completa della Bibbia scritta in Italia intorno al 1100; un nutrito numero di volumi di commenti biblici, commenti dell’Halakhah e della Kabbalah, commenti Talmudici, ed testi contenenti liturgia e commenti liturgici. Per finire, troviamo testi di filosofia, medicina, astronomia ed altre scienze, oltre a testi polemici ebraici e cristiani.

I manoscritti ebraici sono artefatti medievali, “valigie di saggezza” prodotte dalla popolazione ebraica, secondo una metafora del poeta medievale ebreo spagnolo Moses Ibn Ezra. Come tutti gli altri libri medievali, essi svolsero lo stesso incredibile ruolo che più tardi ebbero i libri stampati, divulgando testi e conoscenza, e preservando la continuità culturale attraverso aree e periodi molto lontani. Divulgarono una letteratura molto sfaccettata, quella ebraica, che si articolava in testi biblici, legali, liturgici e filosofici, ma anche scientifici, soprattutto nel ramo della medicina, della matematica e dell’astronomia. Introdussero nuove idee e ispirarono cambiamenti intellettuali e sociali. Come i copisti latini, greci o arabi, i copisti ebraici trasmisero testimonianze verbali della loro civilizzazione, riproducendo testi, modellando le loro forme, plasmando il loro aspetto visivo e incrementando la loro leggibilità nelle epoche precedenti all’introduzione della stampa. Essi furono agenti strumentali di un’evoluzione, una rinascita e una rottura culturale.

Tuttavia i manoscritti medievali precedenti all’era della stampa non sono solo mezzi di trasmissione di contenuti verbali. Sono anche artefatti culturali, oggetti fisici, visuali e figurativi, che esibiscono procedure tecniche ed abilità calligrafiche e artistiche. Riflettono, infatti, l’attività intellettuale e gli interessi dei nuclei sociali, dei luoghi geografici e dell’epoca in cui sono stati realizzati. Come tutti gli altri libri medievali prodotti a mano, i manoscritti ebraici sono anche complessi prodotti preindustriali, che combinano, coordinano e riflettono, nel processo della loro produzione, componenti e considerazioni diversificate – tecniche, estetiche, economiche e sociali; essi comportavano maestria artigiana e qualità artistica, varietà di tecniche, forme e disegni elaborati, scrittura e illuminazioni.

I manoscritti ebraici sono artefatti culturali creati da una minoranza religiosa, etnica e culturale. Tuttavia, le straordinarie circostanze storiche che dispersero le comunità ebraiche attorno al bacino mediterraneo, e più oltre verso est, nord e ovest, intrecciandole con alcune civiltà, religioni e culture, e trapiantandole all’interno di altre, hanno reso i manoscritti ebraici significativi e di valore per lo studio e la storia del libro manoscritto in tutte le altre civiltà attorno al Mediterraneo in generale.

Che fossero prospere o impoverite, sicure o oppresse e perseguitate, nel Medio Evo le comunità ebraiche, piccole e grandi, si diffusero in un bacino che si estendeva dall’Asia centrale ad est all’Inghilterra ad ovest, dallo Yemen e dall’Africa del Nord a sud fino alla Germania e all’Europa centrale e orientale a nord, circondate dalle grandi civiltà dell’Islam e della Cristianità, dell’Occidente latino e dell’Oriente bizantino, e da molte altre minoranze culturali, di lingue e di alfabeti. Malgrado il fermo attaccamento alla loro religione, alla loro lingua, cultura e tradizioni uniche, al loro governo indipendente e al loro sistema educativo, gli ebrei furono fortemente influenzati dalle società che li circondavano, e condivisero con esse non solo beni, strumenti, capacità e tecniche, ma anche stili letterari, valori estetici, teorie e principi filosofici, e mode calligrafiche. La mobilità di singoli ebrei, per scelta o per necessità economica, e di intere comunità per costrizione, ne fece agenti di contatti e influenze tra culture, e di scontri interculturali.

Nonostante l’adozione, nella vita di ogni giorno, delle lingue autoctone - l’ampio uso del greco fatto dagli ebrei ellenizzati nel periodo tardo-antico, l’uso estensivo dell’arabo come principale lingua scritta in paesi sotto il controllo musulmano, e più tardi, in misura molto minore, l’impiego delle lingue vernacolari europee in letteratura – gli ebrei sono sempre rimasti fedeli al proprio alfabeto. Gli ebrei hanno mantenuto la propria scrittura semitica nazionale, riproducendo in essa non solo scritti epigrafici, testi letterari e documenti scritti in lingua ebraica, ma anche nelle altre lingue adottate, incluse quelle europee, quantomeno in trascrizione. Gli ebrei eruditi nell’Europa medievale e cristiana apparentemente non usarono mai l’alfabeto latino, né usarono la lingua latina in traslitterazione in ebraico. D’altra parte, a partire dall’undicesimo secolo in modo occasionale, e più estensivamente nel tardo Medioevo, gli ebrei usarono le lingue vernacolari dei loro ambienti, trascrivendole in caratteri ebraici. Francese antico, provenzale, catalano, castigliano, spagnolo e, ovviamente, italiano, greco e soprattutto tedesco furono assimilati dagli ebrei e incorporati nei testi ebraici scritti, ma sempre resi in trascrizioni ebraiche.

Così, gli ebrei in Occidente e in Oriente, e in modo piuttosto esclusivo a partire dal nono secolo, usarono l’alfabeto ebraico per comunicazioni scritte, documentazione, atti legali, e soprattutto per trascrivere la loro letteratura e diffonderla, in gran parte in ebraico, ma anche in altre lingue, soprattutto arabo. Questo singolare fenomeno, insieme alla vasta dispersione territoriale degli ebrei, trasformò un alfabeto e una produzione di libri minore e marginale in una produzione culturalmente importante. Dal punto di vista dell’estensione e della diffusione, nel Medioevo l’alfabeto ebraico fu usato in un’area territoriale più grande rispetto a quella degli alfabeti greci, latini o arabi, poiché i manoscritti e i documenti ebraici furono prodotti all’interno di ciascuna area di diffusione e attraverso tutte queste stesse aree.

Questa produzione marginale ebraica includeva naturalmente forme regionali differenti, diversi tipi e stili dell’alfabeto comune, diversa tecnologia nella creazione del libro e pratiche scrittorie – tutto quanto, quindi, è compreso nella produzione del libro stesso. I libri medievali ebraici condividevano lo stesso alfabeto, ma erano separati da diverse tradizioni geo-culturali di produzione, motivi e modi di scrittura, influenzati fortemente dai contatti con valori e pratiche locali non ebraici e dalla scrittura latina e araba. I manoscritti ebraici presentano infatti un grande numero di tipi di scritti, tecniche e pratiche scrittorie chiaramente differenziati, modellati dai diversi posti in cui furono prodotti.

Qualcosa come 100.000 codici manoscritti ebraici sono giunti fino a noi. Essi sono custoditi in circa seicento biblioteche nazionali, statali, pubbliche, municipali, universitarie e monastiche, e in collezioni private in tutto il mondo. Circa 300.000 frammenti di manoscritti medievali furono preservati nella Genizah del Cairo, un deposito per libri divenuti inutilizzabili in una sinagoga nella parte antica del Cairo. In più, diversi frammenti di manoscritti ebraici europei fisicamente divisi in due sono stati e ancora vengono recuperati dalle rilegature di libri in molte collezioni europee.

 

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Tra le centinaia di collezioni di manoscritti ebraici attualmente esistenti nel mondo, solo le collezioni di una dozzina di biblioteche sono considerate come collezioni maggiori, sia per quantità, contenendo almeno diverse centinaia di manoscritti, sia per qualità, comprendendo copie importanti e rare in tutte le aree della creatività testuale ebraica, e libri antichi, preziosi e progettati esteticamente. Queste collezioni si trovano nella Biblioteca Bodleiana di Oxford, nella Biblioteca Vaticana, nella Biblioteca Palatina a Parma, nel Jewish Theological Seminary of America a New York, nella Bibliothèque Nationale de France a Parigi, nella Biblioteca Nazionale Russa a San Pietroburgo, nella Biblioteca Statale Russa a Mosca, nella Biblioteca Nazionale a Gerusalemme, nella British Library a Londra, nell’Istituto Orientale dell’Accademia delle Scienze a San Pietroburgo, nella Cambridge University Library e nella Staatsbibliothek a Berlino.

Può sembrare paradossale che la maggior parte dei manoscritti ebraici sopravvissuti in paesi cristiani, nonostante le espulsioni e le persecuzione di massa, siano stati salvati principalmente da biblioteche europee, che li comprarono, preservarono, conservarono e resero accessibili a studenti e studiosi. Queste istituzioni cristiane, come la Biblioteca Bodleiana e la Biblioteca Apostolica Vaticana, divennero guardiane dell’eredità letteraria ebraica.

La Biblioteca Bodleiana contiene un tesoro di circa 2700 manoscritti ebraici medievali e della prima modernità. Conserva una delle più grandi collezioni di manoscritti ebraici, e certamente la più importante. Il valore di questa impressionante collezione può essere chiaramente misurato e verificato semplicemente contando l’incredibile numero di volte che i manoscritti ebrei della Biblioteca Bodleiana sono citati, menzionati e pubblicati in riviste e libri accademici. Essi sono rappresentativi di tutta l’eredità scritta del Giudaismo e della creatività intellettuale ebraica: testi e commenti biblici (circa 330 manoscritti), letteratura medievale halakhico-legale e del primo Talmud (la più grande sezione, di circa 560 manoscritti), letteratura midrashica (circa 110 manoscritti), liturgia (circa 200 manoscritti), Kabbalah (circa 440 manoscritti, la più vasta collezione di misticismo ebraico antico e medievale), filosofia (220 manoscritti), lessicografia e grammatica (circa 100 manoscritti), scienze – matematica, astronomia e medicina (circa 150 manoscritti), poesia e letteratura profana e storia. Questi manoscritti riflettono la varietà di tradizioni scrittorie, tipi di scrittura e stili artistici della produzione ebraica di libri delle comunità ebraiche viventi in aree che spaziano dallo Yemen e dal Maghreb a sud fino all’Europa centrale, settentrionale e orientale a nord, dall’Asia centrale ad est fino all’Inghilterra a ovest. In più, la collezione di manoscritti ebraici della Biblioteca Bodleiana contiene il maggior numero di manoscritti chiaramente datati o di quelli con indicazione del nome di un copista, per un totale di circa un quarto dell’intera collezione. Questi manoscritti sono essenziali per stabilire una tipologia della produzione libraria ebraica, e il contributo della Biblioteca Bodleiana alla paleografia e codicologia ebraica è ineguagliabile.

In più, la Biblioteca Bodleiana conserva un’importante collezione di frammenti che erano conservati nella Genizah del Cairo, un vecchio deposito di libri divenuti inutilizzabili. La Biblioteca Bodleiana acquistò i frammenti già dal 1890, e molti sono antichi e preziosi.

La biblioteca conserva una vasta collezione di primi libri a stampa ebraici. Una parte considerevole dei libri prodotti prima del 1500 sono esemplari di incunaboli su pergamena. La collezione di libri ebraici e di cultura yiddish prodotti nel XVI, XVII e primo XVIII secolo è la più importante al mondo.

Questa straordinaria collezione di manoscritti si è formata nell’arco di quattro secoli di interesse verso la letteratura ebraica all’Università di Oxford. Alla fine del XVII secolo la biblioteca comprò due notevoli collezioni, assemblate nel Medio Oriente da orientalisti inglesi che servivano ad Aleppo, Robert Huntington (233 manoscritti) e Edward Pococke (107 manoscritti). Nel 1817 la biblioteca acquistò la superba collezione del gesuita veneziano Matteo Luigi Canonici (116 manoscritti di valore). Nel 1829 comprò la più grande collezione ebraica mai accumulata, quella di Rabbi David Oppenheimer (1664-1736), il Rabbino Capo di Praga che durante la sua vita aveva accumulato 758 manoscritti e 4220 libri stampati. Nel 1848 la biblioteca acquistò la collezione di Heimann Joseph Michael, che conteneva 620 volumi.

Anche il valore dell’impressionante collezione di più di 900 manoscritti raccolti nella Biblioteca Apostolica Vaticana, e custodita da devoti conservatori fin dal XVI secolo, può essere misurata contando l’incredibile numero di volte (relativo alla dimensione della collezione) che i manoscritti vaticani sono citati, menzionati o pubblicati in articoli o libri accademici. Il valore e importanza della collezione sono chiari sia dal punto di vista dei contenuti, che coprono la maggior parte delle sfaccettature della creatività ebraica, sia dal punto di vista della loro materialità – lo stato quasi sempre eccellente dei manoscritti, le diverse origini di produzione (da tutta Europa e da Bisanzio) e la loro ricchezza nel provvedere precise date di copiatura, contribuiscono alla codicologia e paleografia ebraica in modo incredibile e non riscontrabile in nessun’altra collezione al mondo. Quasi metà dei codici medievali sono o datati o contengono il nome del copista. Circa un quarto della collezione è esplicitamente datato. Nonostante il numero limitato di codici orientali, la collezione contiene alcuni tra i più antichi manoscritti ancora esistenti prodotti nel Medio Oriente, tra cui uno che sembra essere il più antico codice ebraico sopravvissuto (Vat. ebr. 66). La collezione contiene il più antico codice ebraico datato prodotto in Europa (Vat. ebr. 36, scritto nel 1072/3, probabilmente ad Otranto, nel sud d’Italia) e il più antico manoscritto dell’Europa cristiana con chiara indicazione di luogo (una Bibbia copiata a La Rochelle, Francia, nel 1214). Contiene anche il più grande numero di manoscritti bizantini al mondo.

La combinazione delle collezioni ebraiche della Biblioteca Bodleiana e della Biblioteca Vaticana presenta ogni possibile genere di letteratura ebraica d’Oriente e d’Occidente, ed illustra la produzione libraria ebraica creata e definita nell’ambito della civilizzazione dei territori islamici orientali e occidentali, dell’Occidente cristiano, e della cristianità bizantina. La digitalizzazione di entrambe le collezioni è un’impresa culturale ed erudita unica, che donerà a studenti, studiosi e al pubblico un accesso facilitato a questi ricchi tesori nascosti, promuoverà in modo esponenziale lo studio e la familiarità con la diversità dei testi prodotti lungo un millennio in Oriente e in Occidente, svelerà la qualità artistica e le pratiche artigianali dei manufatti, e, infine, valorizzerà la continuità culturale e i manufatti stessi.

 

Malachi Beit-Arié è Professore Emerito ‘Ludwig Jesselson’ di Codicologia e Paleografia alla  Università Ebraica di Gerusalemme.